Terzi incomodi…

Aprile 1987. Pochi giorni dopo il Congresso di Rimini del PSI, si apre quello del Partito Repubblicano, che  “si presenta come partito della democrazia e garante della stabilità di fronte al permanente duello dei due maggiori partners di governo. Il Congresso ovviamente mostra il minimo di contrapposizioni interne, data la necessità di presentarsi unito alle imminenti elezioni”. (Giorgio Galli, I partiti politici italiani, Rizzoli, 2004, p. 303).

Le due principali proposte di riforme istituzionali del Congresso del Psi, ossia l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e la richiesta di una soglia di sbarramento al 5%, erano in aperto contrasto tanto con la visione della Dc che con quella del Pci e soprattutto andavano contro gli interessi dei due partiti minori dell’area socialista, che da tali misure sarebbero stati danneggiati ed indotti ad una confluenza con il principale partito socialista[i].

L’ipotesi politico-istituzionale di carattere presidenzialistico andava prendendo corpo via via che Craxi si rendeva conto che nel sistema politico vigente sarebbe stato praticamente impossibile per il Psi un radicale mutamento di equilibri. Non bastavano infatti cordiali rapporti con i partiti minori, che tra l’altro ben presto si sarebbero resi conto delle pulsioni accentratrici del Psi. Il presidenzialismo, in tal senso, poteva far balenare l’ipotesi di “coagulare un’area elettorale diversa, modellata su una dinamica nuova dei ceti sociali, nella quale i segmenti più dinamici del ceto medio costituivano sempre più il naturale referente”[ii].

Repubblicani, liberali e socialdemocratici, tra l’altro, erano ben lungi dall’avere una univoca collocazione. Giovanni Spadolini continuava infatti a definire il suo partito come una mediazione tra Psi e Dc, nonostante questa si fosse dimostrata negli anni un equilibrio irraggiungibile ed anche in contrasto con le posizioni di altri esponenti di punta del partito – come quella filodemocristiana di Giorgio La Malfa e quella filosocialista di Bruno Visentini.

[i]           Cfr. Rhodes M., Craxi e l’area laico-socialista terza forza o tre forze?, in Corbetta P., Leonardi R., “Politica in Italia”, op. cit., 1987, pp. 188-196. Cfr. anche per la partecipazione della rappresentanza comunista al Congresso di Rimini: Stabile A., Con quel discorso di due ore si spegne la speranza del Pci, in “la Repubblica”, 1/04/1987.

[ii]           Craveri P., La repubblica, op. cit., p. 964.

 

comunismo e liberazione

walesa

In vista delle elezioni del 18 giugno 1989 per il rinnovo delle rappresentanze europee il Pci partì alla ricerca di convergenze con gli altri partiti della sinistra europea – un banco di prova per il lavoro diplomatico svolto sino ad allora, nonché un appuntamento carico di significati visto che proprio in consultazioni analoghe il Pci aveva raggiunto il suo massimo storico[i].

Fin all’autunno del 1985 la politica di relazioni internazionali impostata da Napolitano si era basata sull’intessere e l’infittire una rete di contatti con i partiti dell’Internazionale socialista, in particolar modo con i portoghesi, gli spagnoli, i francesi e i tedeschi.

Nel 1987 Natta stesso aveva aperto dei canali di dibattito con i leader socialisti portoghesi e spagnoli, in vista della costituzione di un nuovo gruppo al Parlamento europeo. Le premesse, dunque, c’erano tutte e su questa scia, Occhetto intraprese un viaggio per incontrare i leader dei partiti europei.

Un  incontro chiave fu quello che il Segretario ebbe il 22 aprile 1989 con Lech Walesa, capofila del sindacato polacco Solidarno´s´c, che Occhetto definì “simbolo di una grande battaglia per la libertà e la democrazia” che accomunava il movimento polacco ai comunisti italiani[iv]. Nel frattempo Napolitano incontrava il Poup e i rappresentanti della Chiesa polacca.

Infatti: “Noi all’epoca oltre che a Gorbaciov guardavamo a Papa Wojitila (…) La traiettoria del pontefice era quella di considerare «inaccettabile che la sconfitta del socialismo reale lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica»” (ricorda Massimo De Angelis, braccio destro di Occhetto nel suo volume di memorie Post, op. cit., p. 62).

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[i]           Su queste votazioni cfr. Bardi L., Le terze elezioni del Parlamento europeo. Un voto per l’Italia o un voto per l’Europa?, in Catanzaro R.,  F. (a cura di), “Politica in Italia”, op. cit., pp. 103-122.

[ii]           Il Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa fu fondato da Jean Monnet nel 1955, al termine del suo impegno nella CECA. L’obiettivo del Comitato era quello di costituire un gruppo di pressione per lo sviluppo del processo di integrazione in ambito europeo. In anni più recenti si occupò soprattutto del processo di allargamento dei confini della comunità.

[iii]           Che commenta così l’incontro: “Le contrapposizioni che ci hanno diviso sono caduche. C’è una grande battaglia da condurre sul piano europeo. Parliamo di eurosinistra”, in “l’Unità”, 12/4/1989.

[iv]          Cfr. Bertinetto G., Walesa abbraccia Occhetto, in “l’Unità”, 22/4/1989.

 

Non potevamo non…

PSI Rimini 1987

Aprile 1987. Come non ricordare in questo blog sul Pci degli anni Ottanta quel grande spettacolo politico che fu il Congresso di Rimini dei Nemici-Amici socialisti?

Come ha osservato Giampaolo Pansa, a Craxi guardava “una parte dell’Italia emergente e terziaria, il quadro d’azienda, l’operaio specializzato, il progressista liberal, il borghese che vuole quel tanto di riforme e basta, ma niente di eversivo, mi raccomando. E Craxi promette le cose giuste: ottimismo, stabilità, democrazia efficiente e forte”.

I faraonici congressi del Psi “rappresentarono” l’idea della società e del potere, contribuendo al trionfo della politica spettacolo e del carisma mediatico: dal gigantesco garofano rosso del 1981 al tempio finto-ateniese con annesso coro dal Nabucco di Verdi di Rimini nel 1987.

Queste faraoniche ideazioni allestitive dell’artista siciliano Filippo Panseca contribuirono all’affermazione della “scommessa carismatica” di Craxi. Il carisma del leader apparve ora non l’espressione di un blocco sociale, ma di un surrogato di essi fortemente alimentato dai mezzi di comunicazione. Stavano intervenendo forti modificazioni nel rapporto tra politica e media: ancora resisteva il comizio come formula, ma si ritirava nel chiuso delle convention e delle sedi televisive. Il “glamour” sembrava trionfare sulla politica, tanto che un dirigente storico dello stesso Psi come Rino Formica ironizzò sui “nani e ballerini” alla corte del re.

Trivelle si o no? Nucleare NO!

nucleare no grazie

Avete votato Sì o No al referendum No-Triv? Avete avuto qualche dubbio e qualche ripensamento?

Il Pci sul Nucleare ne ebbe a bizzeffe. Nel Congresso di Firenze a stento si era trovata una linea unitaria – con la bocciatura per pochi voti di una mozione antinucleare presentata da Antonio Bassolino e sostenuta da Ingrao[i]. Il testo formulato in quella sede dalla Commissione politica e approvato per una manciata di voti prevedeva “il ricorso limitato e controllato al nucleare e al carbone”[ii] ed ebbe il completo appoggio della Commissione per la Produzione del CC, guidata da Gianfranco Borghini[i].

L’approvazione, però, non dissipò dubbi e titubanze e il tema fu riproposto – e lasciato cadere – in più d’una riunione di Direzione[ii].

Infine il Pci chiese al Parlamento di convocare una “Conferenza sull’energia”, al termine della quale prospettare il ricorso ad un “referendum consultivo” – che peraltro sarebbe stato prima da istituire con una legge costituzionale[iii]. Per venire incontro al sentire comune di molta parte dell’opinione pubblica, il Pci cambiò direzione sul nucleare: se prima di Chernobyl si era schierato per una netta limitazione del suo uso, dopo cominciò a chiedere il graduale disimpegno[iv]. La nuova linea fu annunciata da Natta a conclusione della Festa de l’Unità nazionale di Milano, suscitando le ire di Borghini, il quale, sul Corriere della Sera del 20 settembre, minacciò di dimettersi nel caso in cui gli organismi dirigenti avessero deciso di avallare ulteriormente gli enunciati milanesi[v]. Il programma del Pci sul nucleare, sebbene frenato da scetticismi all’interno, trovò humus fertile alla Camera, che approvò la procedura d’urgenza sulla proposta di legge costituzionale per l’indizione del referendum consultivo e che annunciò la volontà di promuovere effettivamente una Conferenza sull’energia.

In ogni caso, si segnava un importante momento di svolta nella cultura del Pci, che era stata per larga parte della sua esistenza di matrice sostanzialmente industrialista.

[i]           La vicenda dei due è ben sintetizzata in Passalacqua G., E i gemelli Borghini si dicono addio, in “la Repubblica”, 12/1/1992.

[ii]           V. le riunioni del 6 e 13 maggio. Cfr. Fucillo M., Pci: lotta dolce alle centrali, in “la Repubblica”, 14/5/1986.

[iii]           Cfr. Natta A., intervistato da “la Repubblica” il 6/8/1986: “Siamo del parere che su un tema di questo rilievo si debba esprimere la pubblica opinione, per questo abbiamo scelto il referendum consultivo”. Gavioli G., Con il referendum possibili riforme nello stesso Pci, in “l’Unità”, 18/6/1986.

[iv]          Cfr. Presti A., Zangheri: le sinistre ricerchino una comune posizione sul nucleare, in “l’Unità”, 8/9/1986, su un dibattito alla Festa di Bologna con Folena e Fieschi; Visani C., Ingrao e D’Alema: nucleare decisione del popolo, in “l’Unità”, 10/9/1986, sulle conclusioni della Festa di Ravenna.

[v]           Borghini G., in “Corriere della Sera”, 20/9/1986. Effettivamente diede di lì a breve le dimissioni.

[i]           L’unico emendamento rimasto all’assise fiorentina era stato proprio quello di Bassolino sull’energia nucleare. Cfr. Ceri P., Dopo Chernobyl. Il “nucleare” come nuova frattura nella politica e nella società italiana”, in Corbetta P., Leonardi R. (a cura di), “Politica in Italia”, op. cit., 1987, pp. 151-177.

[ii]           Cfr. Tesi, Statuto e programma del XVII Congresso, Editori Riuniti, Roma, 1987, Programma punto B.

La foto è tratta da Il Sole 24 Ore.com che nel 2007 chiedeva ai suoi lettori: come voteresti oggi?  

prima dell’ecologia, il lavoro. I referendum

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Oggi si vota ad un referendum su un tema legato all’ambiente e alla politica energetica del Paese. Quando ancora del petrolio se ne occupava l’ENI, prima dei Verdi e di ItaliaNostra, il Pci scendeva in piazza – nella foto il 7 giugno 1985 a Roma – per sostenere il voto favorevole al Referendum contro il taglio dei punti di contingenza della cosiddetta “Scala Mobile” previsto dal cosiddetto “Decreto di San Valentino” del ministro del Lavoro socialista Gianni De Michelis.

“La battaglia contro il decreto fu l’ultima combattuta dal movimento operaio italiano – un punto finale d’impatto ancora maggiore della più nota tappa del 1980. Questo per una serie di motivi: anzitutto il Pci si era impegnato in prima persona in un referendum – cosa che in passato si era ben guardato dal fare, limitandosi ad appoggiare consultazioni promosse da altri; poi perché il sindacato era stato direttamente coinvolto nella vicenda – spaccandosi non solo l’accordo tra le tre Confederazioni ma all’interno della Cgil anche quello tra le due correnti socialista e comunista; infine, perché nel 1980, per quanto la conclusione della controversia sindacale alla Fiat fosse stata una disfatta epocale, molti comunisti continuarono dopo di allora a considerarsi tali – ossia continuarono ad essere finanche orgogliosi della propria appartenenza di classe. Viceversa, dopo il 1984 si aprì la strada di un acuto dibattito nel partito, che mise in dubbio il suo stesso ruolo sociale e la propria immagine di sé, spingendolo in una rapida china verso la fine.  Un dibattito che crebbe da allora e che – passando per la successiva sconfitta elettorale del 1987 e sotto i colpi della trasformazione mondiale del 1989, come vedremo più avanti – portò il partito a una totale trasformazione e all’abbandono del nome comunista. La sconfitta nella battaglia del referendum può dunque essere considerato come un inizio della fine della cultura comunista”.

Noi, in “Trent’anni dopo” la vediamo così. E voi?

 

Per una ricostruzione della vicenda vi mandiamo al bel contributo dello storico Alexander Höbel: Trent’anni dopo. La lotta per la scala mobile del 1984 e l’Italia di oggi, in UnoeTre.it, online.

Governo ombra e ombre di governo

Governo Ombra

Nel 1989 il Pci decise di varare l’esperimento del “governo-ombra”, un organismo snello, di 15-20 membri scelti anche tra personalità esterne e ciascuno attorniato da uno staff di esperti, sulla falsariga di analoghe esperienze portate avanti dal Labour Party britannico.

Gianni Pellicani, che della nuova struttura sarebbe stato il coordinatore, ne spiegò le caratteristiche il 5 aprile di quell’anno, ma il gabinetto fantasma non si riunì sino a luglio – per attendere il Segretario Occhetto di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti.

La composizione del governo ombra fu la seguente:

Occhetto, Presidente del Consiglio; Pellicani, coordinatore; Napolitano, Affari esteri; Cervetti, Difesa; Tortorella, Ordinamento dello Stato e sicurezza interna; Rodotà, Giustizia e diritti dei cittadini; Reichlin, Bilancio, programmazione e problemi del Mezzogiorno; Visco, Finanze; Cavazzuti, Tesoro; Segre, Politiche comunitarie; Borghini, Politiche industriali e attività produttive; Barbarella, Agricoltura; Minucci, Lavoro e sicurezza sociale; Alberaci, Istruzione; Vesentini, Università e ricerca; Scola, Cultura e spettacolo; Garavini, infrastrutture; Becchi Collidà, Territorio, aree urbane e politica della casa; Giovanni Berlinguer, Sanità; Chicco Testa, Ambiente; Romana Bianchi, Affari sociali e pari opportunità; Cancrini, Lotta alla droga; Zuffa, Politiche giovanili.

L’iniziativa rispondeva a tre obiettivi rilevanti: dimostrare che il Pci era sufficientemente munito di capacità tecniche e cultura politica per svolgere funzioni di governo; forgiare una mentalità diversa nel corpo del partito, così aduso all’opposizione da diventare incapace di affrontare la gestione del potere; creare un nuovo centro di direzione politica, esterno e indipendente, rispetto alla macchina centrale del partito. Almeno così la spiegò Umberto Curi nel suo Lo scudo di Achille. 

Rodotà ne ha un ricordo molto positivo, mentre molto più critico Nello Ajello, che sottolinea – opportunamente – che di quell’organismo non si conoscono attività note o rilevanti… (Il lungo addio).

Il compagno e il panino con la salsiccia

Festa Unità

Avete mai provato a digitare “Feste dell’Unità anni Ottanta” su un motore di ricerca? 206mila risultati.

Da Galliera a Tirrenia, da Cariati a Milano. Forum, pagine facebook, articoli di giornali locali, libri.

L’immaginario del Pci è popolato ancora oggi da quel momento dell’anno in cui il popolo comunista si ritrovava, si contava, si confrontava. Una struttura sempre meno artigianale e sempre più organizzata: il palco centrale diventa il palco del concerto, gli stand gastronomici dei veri e propri ristoranti.

L’unica cosa che non cambia è la volontà dei militanti di esserci, di lavorare per il partito, in un momento di festa collettiva.

Come dice Cristiana Torti, dell’Università di Pisa, Le Feste de l’Unità in quel periodo furono eventi cruciali nei quali veniva propagandata, discussa e diffusa in forma allargata la “linea” politica. Una sorta di congressi non formalizzati, aperti e all’aperto.

La foto di copertina è tratta dall’archivio storico de l’Unità, 1985.