Occhetto e Jürgen Sparwasser

Piccolo 1

“Quando cadde il muro di Berlino, non potei che ripensare con nostalgia a Jürgen Sparwasser (ex calciatore della DDR, autore della storica rete che portò la Germania dell’Est a battere quella dell’Ovest ai mondiali di calcio del 1974)

Quando Occhetto da un giorno all’altro decise di cambiare nome al partito, mi sembrò un atto troppo frettoloso e allo stesso tempo didascalico, visto che era stato fatto già da tempo nella sostanza, anche se non nella forma. E non riuscii ad appassionarmi per davvero al dibattito focoso che ne venne fuori”.

Che deduciamo dalle parole di Francesco Piccolo? (Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino, 2013, pp. 143-144). Lo scoprirete presto in Trent’anni dopo…

Partiti e democrazia diffusa. In parole di Pombeni

Pombeni

Nel suo saggio Il sistema dei partiti dalla prima alla seconda repubblica, Paolo Pombeni osserva – ci sembra acutamente che negli anni Ottanta stava venendo meno

“La gestione dei partiti come sedi di partecipazione a una fora di democrazia diffusa. Con tutti i loro limiti, i partiti erano stati sedi di dibattito e di lotte per la elezione della classe dirigente. Per questo avevano attirato nel loro seno gran parte delle forze vive del paese.

Ora si assisteva a due fenomeni concomitanti: da un lato l’estendersi d opportunità di affermazione anche fuori dai canali tradizionali controllati dai partiti distoglieva molti giovani da quelle partecipazioni onerose e anche un po’ frustranti delle liturgie di partito; dall’altro la professionalizzazione crescente degli apparati, l’affievolirsi del richiamo alle grandi opzioni ideologiche, sterilizzavano la vita interna dei partiti”.

Voi che ne pensate?

(il saggio è contenuto nel terzo volume della serie L’Italia contemporanea dagli anni Ottanta ad oggi, edito da Carocci. La citazione è a pag. 318-319)

Lo strazio della memoria

AndreaRomano

Negli anni recenti, c’è stata una vera e propria proliferazione di libri di memorie e autobiografie politiche scritti da dirigenti e simpatizzanti del Pci. Un rito collettivo di ripensamento del Pci degli anni Ottanta.

Ma che cosa sono tutte queste memoirs? Un’autobiografia di massa?

Lo storico Andrea Romano ci dà uno spunto interessante nel suo libro “Compagni di Scuola” del 2007.

 

Nella generazione dei postcomunisti che racconta la propria trasformazione c’è lo stesso strazio e lo stesso sbaraglio dei giovani partigiani di Calvino, ma non certo quella «spavalda allegria». L’antica militanza, infatti, era saldamente agganciata a un partito dotato di un senso politico ancora indiscusso, e quando quel senso scompare, il vuoto viene riempito da un flusso di memorialistica più o meno compiuta ma tutta chiusa dentro una dimensione personalistica e quasi impolitica. Nell’ansia di dar conto di quanto era accaduto a sé stessi e al movimento cui si apparteneva, nel desiderio di raccontare quel passaggio spettacolare tra due mondi di cui si è stati protagonisti. (p. 10)

 

Che ci dicono quelle immagini?

Il nostro Blog si avvale oggi di un ospite. Cediamo la penna a Enrico Veronese (@enver), Campaign Officer e esperto di comunicazione politica, che si presta per noi a riflettere sulla grafica del Pci degli anni Ottanta.

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PCI 1984-1989, ovvero il partito dell’alternativa democratica dopo la fine del sogno(?) chiamato compromesso storico, a seguito del delitto Moro e della lotta al terrorismo. Un partito che ha nell’altra sinistra(?) la sua insidia maggiore, quel PSI craxiano assurto a interprete della contemporaneità specie nei grandi centri urbani. Ma che a dispetto del nome comunista persegue politiche praticamente socialdemocratiche, intese in senso europeo.

 

Osservando lo scorrere del tempo sotto una chiave grafica, gli anni Ottanta a Botteghe Oscure terminano la stagione astrattista e geometrica dei quadrati rossi e dei cerchi neri: ne fu tra i fautori il partigiano Primo De Lazzari, poi rimasto in forza a Botteghe Oscure per la propaganda e la comunicazione grafica attraverso i manifesti, scomparso qualche giorno fa.

Anche nelle tessere spariscono i cieli, i libri, i giornali per dar spazio a un maggior minimalismo del bianco. Sono gli anni delle commemorazioni: anniversarie come per Togliatti e Gramsci (rispettivamente a venti e cinquant’anni dalla scomparsa) oltre che la Liberazione nel quarantennale, purtroppo in tempo reale per Berlinguer nella tessera del 1985. La testata alterna equamente la dizione estesa Partito Comunista Italiano (1984, 85, 88) e la sigla PCI (1986, 87. 89). Vengono impiegati varie font: ondulata all’inizio della serie, “cacofonica” l’anno successivo (rosso sopra grigio), dipinto o times new roman(?) o arial o helvetica nell’ultima versione. Accanto al rosso e al verde, al blu e al giallo, c’è molto grigio, in specie per i ritratti di chi non c’è più: magari non saranno cinquanta sfumature, ma i pixel opticali per Gramsci erano quantomeno arditi. Campeggia sempre la falce e martello, dipinta di bianco, di giallo o di rosso a seconda dell’occasione e dello sfondo.

 

Ma nel 1986 entra di prepotenza un altro tema: la pace, stilizzata dall’arcobaleno nel quarto foglio, simbolo di istanze giovani e crescenti in quegli anni (l’ambiente, il terzomondismo, i diritti non economici) così come oggi. Proprio nell’ultima tessera, datata 1989 -che l’indagine di questo blog prende in considerazione- la falce e martello è sì preponderante, occupando gran parte dello spazio nella prima facciata e continuando nella quarta, ma anche in acquarello scolorito, vermiglio tendente all’arancione. Col senno di poi, ad anticipare la svolta di undici mesi (e giusto un anno più tardi del tripudio di bandiere rosse per il retro della tessera 1988). Sul retro, il baffo verde che verrà ripreso da molta pubblicistica del PDS e anche dal nefasto logo dei Progressisti, ultimo anno di civiltà preberlusconiana.

Il 1989 è anche l’anno della campagna elettorale per le europee, che rinfranca Occhetto: via i vecchi manifesti a sfondo blu con la scritta “vota comunista”, dentro i manifesti bianchi e la dizione “vota il nuovo PCI”. La FGCI risente meno del cambio di clima: il rettangolo è orizzontale, la sigla ne occupa la più parte, la stella rossa è inserita nel verde, nessun riferimento o frase o ammicco. Molto sovietizzante, stilisticamente parlando. All’interno della tessera degli adulti, tutto come sempre: le indicazioni “rilasciata al compagno/a”, “iscritto dal”, “sezione di” e la relativa federazione da riempirsi con dattiloscritti, l’articolo 1 dello Statuto e lo spazio per i bollini annuali “sottoscrizione stampa” dai colori tanto saturi quanto irreali, il timbro della sezione, la firma a penna del segretario locale e quella stilizzata di Berlinguer, poi Natta, poi Occhetto.

Col PDS si passa a tessere plastiche e addirittura pluriennali, minimali col solo logo, da rinnovare assieme al calendario: l’avvento della rosa del socialismo europeo data 1997, anno di governo, poi addirittura il pianeta (velleità da Ulivo mondiale?) l’anno successivo, le stelle d’Europa al cambio del millennio e un dalemianissimo all-red per la cifra tonda.

Ah, tra una settimana Achille Occhetto compirà ottant’anni.

“il presidente più sopravvalutato della storia”?

Esattamente all’opposto di Kennedy, non credete anche voi che Alessandro Natta – Segretario del Pci dal 1984 al 1988 – sia stato forse il più sottovalutato dei Segretari comunisti?

Schiacciato tra Berlinguer e Occhetto, accusato di essere un temporeggiatore, forse va rivalutato nelle sue qualità di mediatore e di innovatore, nonché nel suo essere uomo di cultura e di evidente modestia.

La sua miglior biografia l’ha scritta – sin nei minimi dettagli – Paolo Turi, definendolo (giustamente?) “l’ultimo Segretario”.

un “dover essere”

Per fare un libro…

Per fare un libro ci vogliono altri libri. Molti altri libri.

Possibilmente tutti quelli che sono usciti su un tema.

Oggi inauguriamo la sezione Libri, riflessioni che ci sembrano particolarmente utili di chi già ha studiato il Pci degli anni Ottanta.

Ci piace cominciare con una citazione tratta da un saggio di Andrea Guiso, un giovane ricercatore dell’Università Sapienza di Roma, che sintetizza in buona parte la visione d’insieme del nostro lavoro:

“nelle analisi consacrate da storici e protagonisti del tempo alla vicenda comunista degli anni ottanta, la chiave della cultura politica ha rivestito una funzione esplicativa essenziale. Non è forzato osservare, al tempo stesso, come tale tendenza ad accordare al dato culturale valore euristico generale abbia finito per sostanziarsi, non poche volte, in una lettura della crisi del comunismo in termini di limiti, deficit di analisi o ritardo del Pci nel cogliere novità e mutamenti profondi avvenuti nella società italiana durante quel decennio cruciale. (…) quel che hanno in comune, infatti, tutte o almeno buona parte di queste interpretazioni, è la presunzione di un “dover essere” di quel partito”. Impostazione da cui è derivata, in ultima analisi, la questione del Pci come mancata forza riformista”

(Guiso, A., Paradigmi della cultura politica comunista negli anni Ottanta. Appunti per una storia comparata degli ultimi anni del Pci, in Orsina G. (a cura di), “Culture politiche e leadership nell’Europa degli anni Ottanta”, Rubettino, Soveria Mannelli, pp. 275-276)