Pronti a correre in libreria?!

PCI80

Che cosa c’è di più bello di un libro sul Pci che esce il Primo Maggio??? 

Ora in tutte le libreria – anche quella sotto casa,”Trent’anni dopo. Il Pci degli anni ’80”, editrice @OltreEdizioni

A quasi trent’anni dalla Bolognina, e dopo analisi e ricostruzioni sovrappostesi a quegli eventi, due autrici trentenni analizzano storia e memoria del Partito Comunista Italiano alla ricerca, nelle pieghe degli anni Ottanta, di alcune chiavi di lettura per la comprensione del presente.
Nella prima parte si analizzano gli ultimi cinque anni (1984-1989) del Pci e la crisi dell’auto-rappresentazione del partito portata avanti dal suo gruppo dirigente.
La seconda parte sviluppa un’analisi delle ricostruzioni narrative e memoriali dello stesso partito prodotte da intellettuali e militanti dopo il 1989.

http://www.oltre.it/biblioteca/store/comersus_viewItem.asp?idProduct=3223

Spadolini, Giovanni

Spadolini

Giovanni Spadolini nacque nel 1925 a Firenze. Laureato in Giurisprudenza, cominciò a collaborare con “il Messaggero” e con “il Mondo” nel 1948-’49 cominciando così la sua carriera giornalistica che lo porterà alla direzione de “il Resto del Carlino”, de “il Corriere della Sera” e de “la Stampa”. Docente di Storia Moderna, fondò la prima cattedra di Storia Contemporanea nell’ateneo di Firenze. Eletto Senatore nel 1972 con il Partito Repubblicano, fondò il Ministero dei Beni Culturali e resse il Ministero della Pubblica Istruzione sotto i governi di Moro. Sostituì nel 1979 Ugo La Malfa alla testa del Pri. Nel 1981 fu alla testa del primo governo non guidato da un democristiano, nel 1983 fu Ministro della Difesa e dal 987 Presidente del Senato.

A lui è dedicato un premio per la promozione delle scienze storiche che orgogliosamente possiamo dire d’aver vinto….

Terzi incomodi…

Aprile 1987. Pochi giorni dopo il Congresso di Rimini del PSI, si apre quello del Partito Repubblicano, che  “si presenta come partito della democrazia e garante della stabilità di fronte al permanente duello dei due maggiori partners di governo. Il Congresso ovviamente mostra il minimo di contrapposizioni interne, data la necessità di presentarsi unito alle imminenti elezioni”. (Giorgio Galli, I partiti politici italiani, Rizzoli, 2004, p. 303).

Le due principali proposte di riforme istituzionali del Congresso del Psi, ossia l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e la richiesta di una soglia di sbarramento al 5%, erano in aperto contrasto tanto con la visione della Dc che con quella del Pci e soprattutto andavano contro gli interessi dei due partiti minori dell’area socialista, che da tali misure sarebbero stati danneggiati ed indotti ad una confluenza con il principale partito socialista[i].

L’ipotesi politico-istituzionale di carattere presidenzialistico andava prendendo corpo via via che Craxi si rendeva conto che nel sistema politico vigente sarebbe stato praticamente impossibile per il Psi un radicale mutamento di equilibri. Non bastavano infatti cordiali rapporti con i partiti minori, che tra l’altro ben presto si sarebbero resi conto delle pulsioni accentratrici del Psi. Il presidenzialismo, in tal senso, poteva far balenare l’ipotesi di “coagulare un’area elettorale diversa, modellata su una dinamica nuova dei ceti sociali, nella quale i segmenti più dinamici del ceto medio costituivano sempre più il naturale referente”[ii].

Repubblicani, liberali e socialdemocratici, tra l’altro, erano ben lungi dall’avere una univoca collocazione. Giovanni Spadolini continuava infatti a definire il suo partito come una mediazione tra Psi e Dc, nonostante questa si fosse dimostrata negli anni un equilibrio irraggiungibile ed anche in contrasto con le posizioni di altri esponenti di punta del partito – come quella filodemocristiana di Giorgio La Malfa e quella filosocialista di Bruno Visentini.

[i]           Cfr. Rhodes M., Craxi e l’area laico-socialista terza forza o tre forze?, in Corbetta P., Leonardi R., “Politica in Italia”, op. cit., 1987, pp. 188-196. Cfr. anche per la partecipazione della rappresentanza comunista al Congresso di Rimini: Stabile A., Con quel discorso di due ore si spegne la speranza del Pci, in “la Repubblica”, 1/04/1987.

[ii]           Craveri P., La repubblica, op. cit., p. 964.

 

Trivelle si o no? Nucleare NO!

nucleare no grazie

Avete votato Sì o No al referendum No-Triv? Avete avuto qualche dubbio e qualche ripensamento?

Il Pci sul Nucleare ne ebbe a bizzeffe. Nel Congresso di Firenze a stento si era trovata una linea unitaria – con la bocciatura per pochi voti di una mozione antinucleare presentata da Antonio Bassolino e sostenuta da Ingrao[i]. Il testo formulato in quella sede dalla Commissione politica e approvato per una manciata di voti prevedeva “il ricorso limitato e controllato al nucleare e al carbone”[ii] ed ebbe il completo appoggio della Commissione per la Produzione del CC, guidata da Gianfranco Borghini[i].

L’approvazione, però, non dissipò dubbi e titubanze e il tema fu riproposto – e lasciato cadere – in più d’una riunione di Direzione[ii].

Infine il Pci chiese al Parlamento di convocare una “Conferenza sull’energia”, al termine della quale prospettare il ricorso ad un “referendum consultivo” – che peraltro sarebbe stato prima da istituire con una legge costituzionale[iii]. Per venire incontro al sentire comune di molta parte dell’opinione pubblica, il Pci cambiò direzione sul nucleare: se prima di Chernobyl si era schierato per una netta limitazione del suo uso, dopo cominciò a chiedere il graduale disimpegno[iv]. La nuova linea fu annunciata da Natta a conclusione della Festa de l’Unità nazionale di Milano, suscitando le ire di Borghini, il quale, sul Corriere della Sera del 20 settembre, minacciò di dimettersi nel caso in cui gli organismi dirigenti avessero deciso di avallare ulteriormente gli enunciati milanesi[v]. Il programma del Pci sul nucleare, sebbene frenato da scetticismi all’interno, trovò humus fertile alla Camera, che approvò la procedura d’urgenza sulla proposta di legge costituzionale per l’indizione del referendum consultivo e che annunciò la volontà di promuovere effettivamente una Conferenza sull’energia.

In ogni caso, si segnava un importante momento di svolta nella cultura del Pci, che era stata per larga parte della sua esistenza di matrice sostanzialmente industrialista.

[i]           La vicenda dei due è ben sintetizzata in Passalacqua G., E i gemelli Borghini si dicono addio, in “la Repubblica”, 12/1/1992.

[ii]           V. le riunioni del 6 e 13 maggio. Cfr. Fucillo M., Pci: lotta dolce alle centrali, in “la Repubblica”, 14/5/1986.

[iii]           Cfr. Natta A., intervistato da “la Repubblica” il 6/8/1986: “Siamo del parere che su un tema di questo rilievo si debba esprimere la pubblica opinione, per questo abbiamo scelto il referendum consultivo”. Gavioli G., Con il referendum possibili riforme nello stesso Pci, in “l’Unità”, 18/6/1986.

[iv]          Cfr. Presti A., Zangheri: le sinistre ricerchino una comune posizione sul nucleare, in “l’Unità”, 8/9/1986, su un dibattito alla Festa di Bologna con Folena e Fieschi; Visani C., Ingrao e D’Alema: nucleare decisione del popolo, in “l’Unità”, 10/9/1986, sulle conclusioni della Festa di Ravenna.

[v]           Borghini G., in “Corriere della Sera”, 20/9/1986. Effettivamente diede di lì a breve le dimissioni.

[i]           L’unico emendamento rimasto all’assise fiorentina era stato proprio quello di Bassolino sull’energia nucleare. Cfr. Ceri P., Dopo Chernobyl. Il “nucleare” come nuova frattura nella politica e nella società italiana”, in Corbetta P., Leonardi R. (a cura di), “Politica in Italia”, op. cit., 1987, pp. 151-177.

[ii]           Cfr. Tesi, Statuto e programma del XVII Congresso, Editori Riuniti, Roma, 1987, Programma punto B.

La foto è tratta da Il Sole 24 Ore.com che nel 2007 chiedeva ai suoi lettori: come voteresti oggi?  

Ingrao, Pietro

Ingrao

Pietro Ingrao, nacque  a Lenola un 30 di marzo, quello del 1915, da proprietari terrieri liberali, si laureò in Giurisprudenza e in Lettere e Filosofia, per poi frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia. In clandestinità nel 1942, entrò nel Pci nel 1944. Dal 1948 fu nel CC del Pci e fu eletto deputato. Direttore de “l’Unità” dal 1947 al 1956, vicino al gruppo de “il Manifesto”, manifestò nel ’68-’69 esplicite richieste di “diritto al dissenso” nel partito. Nel 1975 divenne Presidente del Crs – Centro Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato.

Dopo la sua recente scomparsa, si sono moltiplicati gli studi intorno alla sua figura, oltre che la valorizzazione del suo archivio. Potete dare una sbirciata qui: http://www.pietroingrao.it/

Quando, Chi, Che cosa e Perché

Bozze 1

Siete curiosi di sapere di che cosa parlerà davvero Trent’anni dopo?

Nell’introduzione (Quando, Chi, Che cosa e Perchè) ve  lo spieghiamo così:

“Il protagonista di questo racconto è il Partito Comunista Italiano e l’auto-rappresentazione del proprio ruolo sociale costruita dal suo vertice.

Si intende dunque proporre al lettore quegli stessi temi che animarono il dibattito da allora in avanti, ossia in primo luogo la questione dell’intrinseca diversità del comunismo italiano rispetto al panorama internazionale, l’opportunità di collegare la crisi interna del partito alla caduta del Muro di Berlino, la socialdemocratizzazione del suo bagaglio teorico, il perdurante legame con l’esperienza sovietica, l’unicità nel panorama italiano…

Delle narrazioni e le interpretazioni della fine del Pci successive al 1989, verrà appunto offerta una lettura interpretativa, con uno sguardo conclusivo volto a cogliere i segni, ancora oggi persistenti nella coscienza storico-politica collettiva, di un prima e di un dopo, separati dagli eventi simbolici della caduta del muro di Berlino e della Bolognina”

Partiti e democrazia diffusa. In parole di Pombeni

Pombeni

Nel suo saggio Il sistema dei partiti dalla prima alla seconda repubblica, Paolo Pombeni osserva – ci sembra acutamente che negli anni Ottanta stava venendo meno

“La gestione dei partiti come sedi di partecipazione a una fora di democrazia diffusa. Con tutti i loro limiti, i partiti erano stati sedi di dibattito e di lotte per la elezione della classe dirigente. Per questo avevano attirato nel loro seno gran parte delle forze vive del paese.

Ora si assisteva a due fenomeni concomitanti: da un lato l’estendersi d opportunità di affermazione anche fuori dai canali tradizionali controllati dai partiti distoglieva molti giovani da quelle partecipazioni onerose e anche un po’ frustranti delle liturgie di partito; dall’altro la professionalizzazione crescente degli apparati, l’affievolirsi del richiamo alle grandi opzioni ideologiche, sterilizzavano la vita interna dei partiti”.

Voi che ne pensate?

(il saggio è contenuto nel terzo volume della serie L’Italia contemporanea dagli anni Ottanta ad oggi, edito da Carocci. La citazione è a pag. 318-319)