Trivelle si o no? Nucleare NO!

nucleare no grazie

Avete votato Sì o No al referendum No-Triv? Avete avuto qualche dubbio e qualche ripensamento?

Il Pci sul Nucleare ne ebbe a bizzeffe. Nel Congresso di Firenze a stento si era trovata una linea unitaria – con la bocciatura per pochi voti di una mozione antinucleare presentata da Antonio Bassolino e sostenuta da Ingrao[i]. Il testo formulato in quella sede dalla Commissione politica e approvato per una manciata di voti prevedeva “il ricorso limitato e controllato al nucleare e al carbone”[ii] ed ebbe il completo appoggio della Commissione per la Produzione del CC, guidata da Gianfranco Borghini[i].

L’approvazione, però, non dissipò dubbi e titubanze e il tema fu riproposto – e lasciato cadere – in più d’una riunione di Direzione[ii].

Infine il Pci chiese al Parlamento di convocare una “Conferenza sull’energia”, al termine della quale prospettare il ricorso ad un “referendum consultivo” – che peraltro sarebbe stato prima da istituire con una legge costituzionale[iii]. Per venire incontro al sentire comune di molta parte dell’opinione pubblica, il Pci cambiò direzione sul nucleare: se prima di Chernobyl si era schierato per una netta limitazione del suo uso, dopo cominciò a chiedere il graduale disimpegno[iv]. La nuova linea fu annunciata da Natta a conclusione della Festa de l’Unità nazionale di Milano, suscitando le ire di Borghini, il quale, sul Corriere della Sera del 20 settembre, minacciò di dimettersi nel caso in cui gli organismi dirigenti avessero deciso di avallare ulteriormente gli enunciati milanesi[v]. Il programma del Pci sul nucleare, sebbene frenato da scetticismi all’interno, trovò humus fertile alla Camera, che approvò la procedura d’urgenza sulla proposta di legge costituzionale per l’indizione del referendum consultivo e che annunciò la volontà di promuovere effettivamente una Conferenza sull’energia.

In ogni caso, si segnava un importante momento di svolta nella cultura del Pci, che era stata per larga parte della sua esistenza di matrice sostanzialmente industrialista.

[i]           La vicenda dei due è ben sintetizzata in Passalacqua G., E i gemelli Borghini si dicono addio, in “la Repubblica”, 12/1/1992.

[ii]           V. le riunioni del 6 e 13 maggio. Cfr. Fucillo M., Pci: lotta dolce alle centrali, in “la Repubblica”, 14/5/1986.

[iii]           Cfr. Natta A., intervistato da “la Repubblica” il 6/8/1986: “Siamo del parere che su un tema di questo rilievo si debba esprimere la pubblica opinione, per questo abbiamo scelto il referendum consultivo”. Gavioli G., Con il referendum possibili riforme nello stesso Pci, in “l’Unità”, 18/6/1986.

[iv]          Cfr. Presti A., Zangheri: le sinistre ricerchino una comune posizione sul nucleare, in “l’Unità”, 8/9/1986, su un dibattito alla Festa di Bologna con Folena e Fieschi; Visani C., Ingrao e D’Alema: nucleare decisione del popolo, in “l’Unità”, 10/9/1986, sulle conclusioni della Festa di Ravenna.

[v]           Borghini G., in “Corriere della Sera”, 20/9/1986. Effettivamente diede di lì a breve le dimissioni.

[i]           L’unico emendamento rimasto all’assise fiorentina era stato proprio quello di Bassolino sull’energia nucleare. Cfr. Ceri P., Dopo Chernobyl. Il “nucleare” come nuova frattura nella politica e nella società italiana”, in Corbetta P., Leonardi R. (a cura di), “Politica in Italia”, op. cit., 1987, pp. 151-177.

[ii]           Cfr. Tesi, Statuto e programma del XVII Congresso, Editori Riuniti, Roma, 1987, Programma punto B.

La foto è tratta da Il Sole 24 Ore.com che nel 2007 chiedeva ai suoi lettori: come voteresti oggi?  

prima dell’ecologia, il lavoro. I referendum

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Oggi si vota ad un referendum su un tema legato all’ambiente e alla politica energetica del Paese. Quando ancora del petrolio se ne occupava l’ENI, prima dei Verdi e di ItaliaNostra, il Pci scendeva in piazza – nella foto il 7 giugno 1985 a Roma – per sostenere il voto favorevole al Referendum contro il taglio dei punti di contingenza della cosiddetta “Scala Mobile” previsto dal cosiddetto “Decreto di San Valentino” del ministro del Lavoro socialista Gianni De Michelis.

“La battaglia contro il decreto fu l’ultima combattuta dal movimento operaio italiano – un punto finale d’impatto ancora maggiore della più nota tappa del 1980. Questo per una serie di motivi: anzitutto il Pci si era impegnato in prima persona in un referendum – cosa che in passato si era ben guardato dal fare, limitandosi ad appoggiare consultazioni promosse da altri; poi perché il sindacato era stato direttamente coinvolto nella vicenda – spaccandosi non solo l’accordo tra le tre Confederazioni ma all’interno della Cgil anche quello tra le due correnti socialista e comunista; infine, perché nel 1980, per quanto la conclusione della controversia sindacale alla Fiat fosse stata una disfatta epocale, molti comunisti continuarono dopo di allora a considerarsi tali – ossia continuarono ad essere finanche orgogliosi della propria appartenenza di classe. Viceversa, dopo il 1984 si aprì la strada di un acuto dibattito nel partito, che mise in dubbio il suo stesso ruolo sociale e la propria immagine di sé, spingendolo in una rapida china verso la fine.  Un dibattito che crebbe da allora e che – passando per la successiva sconfitta elettorale del 1987 e sotto i colpi della trasformazione mondiale del 1989, come vedremo più avanti – portò il partito a una totale trasformazione e all’abbandono del nome comunista. La sconfitta nella battaglia del referendum può dunque essere considerato come un inizio della fine della cultura comunista”.

Noi, in “Trent’anni dopo” la vediamo così. E voi?

 

Per una ricostruzione della vicenda vi mandiamo al bel contributo dello storico Alexander Höbel: Trent’anni dopo. La lotta per la scala mobile del 1984 e l’Italia di oggi, in UnoeTre.it, online.